mercoledì 20 ottobre 2010

Ricominciamo


Ok, è tempo di ricominciare…
Dopo un periodo fin troppo lungo di disorientamento, è giunto il momento di dare un nuovo senso a questo spazio. Di condividere, con chi le leggerà e con me stesso, le riflessioni futili e utili che ogni giorno ci attraversano senza che riusciamo a fermarle.
Futilità, utilità: la distinzione è impossibile, almeno all’origine.

Per questo non mi porrò limiti, schemi, temi prefissati. Non adesso, non per sempre…  

mercoledì 13 gennaio 2010

Ricchezza sovversiva

Considerata l'inadeguatezza, per quanto mi riguarda, del concetto "classico" di ricchezza, sento la necessità di una nuova definizione, di un metro di giudizio capace di misurare davvero la nostra ricchezza e quella degli altri.

Questa la mia definizione: "La ricchezza consiste nel tempo dedicato alle attività che ci appassionano e/o alle persone che apprezziamo e amiamo". 

L'unità di misura non è il tempo in sè, che non necessariamente ha valore, ma il modo in cui lo si impiega.
Semplice.

Un concetto universale e allo stesso tempo profondamente rispettoso dell'individualità personale.

Universale perchè valido per tutti, a qualsiasi cultura, società, tribù o credo religioso si appartenga.
Rispettoso delle propensioni individuali, perchè non pretende di imporre a nessuno le attività cui deve appassionarsi e/o le persone da apprezzare e a cui dedicarsi (che possiamo essere anche noi stessi, ndr...).
 
Un concetto "eversivo", ma non nell'accezione classica di questo termine.
 
Prima di tutto perchè non capovolge il senso comune in base a un antimaterialismo ideologico, astratto, religioso o consolatorio, del genere "gli ultimi saranno i primi". No, anzi: a ben guardare, proprio chi il denaro lo possiede avrebbe, sottolineo avrebbe, la possibilità di essere libero dalla necessità per dedicarsi a ciò che per lui ha veramente valore. Chi non lo fa, pur avendone la possibilità, è più colpevolmente povero.
 
Poi perchè, pur essendo agli antipodi rispetto all'etica calvinista e a un certo modo di esaltare il successo professionale in sè, non disprezza affatto il lavoro, nè lo considera una distrazione rispetto a cosiddetti "veri valori". Tutt'altro. La differenza è qualitativa. Il lavoro non è, di per se stesso, positivo o negativo. Può essere strumentale, in quanto come sopra consente di liberarsi, più a lungo possibile, dalla necessità per dedicarsi a c hi o a cosa si ama, e diventare davvero ricchi; oppure può corrispondere, in toto o in parte, alla vera ricchezza, poichè rappresenta ciò che veramente si desidera fare, essendo esso stesso un fine (un privilegio di pochi, bisogna ammetterlo...). Uno stimolo in più a dedicarsi al lavoro, o a quella parte del proprio lavoro, che più ci appassiona, non a quello che più ci viene pagato.
 
Nella vita quotidiana di ciascuno di noi, e nel corso di tutta la nostra vita, il "balance" della ricchezza personale, quella di cui parla la definizione, può essere molto variabile. E' una questione di possibilità, certo, ma anche di "investimenti". E come per gli investimenti, la diversificazione (degli interessi, di ciò che ci appassiona) può essere un'ottima strategia per garantirsi una ricchezza permanente e sicura. La società moderna, in questo senso, può offrirci molte opportunità.
 
Provare ogni tanto a osservare e misurare la ricchezza altrui e quella propria può essere considerato, in definitiva, un ottimo esercizio per capire tante cose e prendere piccole e grandi decisioni per la nostra vita.
 
Perchè i bilanci si fanno alla fine, ma gli investimenti vanno fatti tutti i giorni...

mercoledì 6 gennaio 2010

Presunzione di ricchezza

Ricchezza... è, anche questo, un termine sul quale varrebbe la pena di riflettere. A livello "macro" ha saputo farlo un piccolo Paese tra le nuvole dell'Himalaya, il Buthan, che ha deciso da tempo di sostituire la misurazione e il perseguimento del PIL (Prodotto Interno Lordo) con il FIL (Felicità Interna Lorda).
Se n'è parlato anche da noi, ma probabilmente la piccola notizia è stata considerata poco più che l'originale bizzarria di un Paese culturalmente troppo lontano dal nostro. Anche perchè spostare l'attenzione da un concetto apparentemente oggettivo e misurabile come la capacità di produrre beni e servizi a uno astratto e imponderabile come la felicità rende ai nostri occhi tutto molto opinabile. Cos'è la felicità, su quali parametri è stata misurata in Buthan, siamo sicuri che valgano anche per noi? Ammetto di non avere argomenti sufficienti per ribattere, per cui metto temporaneamente da parte il FIL e provo a prendere la questione da un'altra parte.

Proviamo a partire dal singolo individuo. Uno di noi... Quanto e' veramente "ricca" una persona? Quali sono i parametri da prendere in considerazione perchè il criterio sia davvero oggettivo come desideriamo?
Beninteso: non ho certo l'intenzione, nè tanto meno la presunzione, di discutere il fatto che la ricchezza è un valore positivo che si trova all'estremo di una retta che vede la povertà all'estremo opposto. Una persona ricca, secondo questa concenzione ampiamente condivisa e condivisibile, "possiede" molto di più di una povera. Semplice.

Il discorso, nella sostanza, è tutt'altro che teorico. Ci riguarda direttamente, personalmente. Proviamo allora a pensarlo in prima persona: cosa possiede davvero una persona che consideriamo "ricca"? E "come" possiede queste cose? Non è una questione irrilevante, il "come"...

Ad esempio, perchè una cosa sia veramente mia devo averne la disponibilità. Se possedessi moltissimi soldi, ma questi si trovassero in un luogo inaccessibile (sulla Luna, ad esempio...), forse lo sarei virtualmente, ma difficilmente riuscirei a ottenere un mutuo in Banca. Oppure, se fossi uno schiavo dell'antica Roma e il mio "padrone", grande proprietario terriero, mi designasse come suo unico erede, sarei da considerare per questo ricco? In entrambi i casi, potrei di fatto non raggiungere mai la mia presunta ricchezza (siamo esseri mortali...). La mia vita, in pratica, non sarebbe per nulla diversa da quella di un "non ricco" qualsiasi.

Luna, antica Roma... fantasie??  Mica tanto. Se avessi posseduto, accumulandole per anni senza mai cederle, una grande quantità di azioni Parmalat (o Cirio, fondi Lehman, fate voi: la scelta è infinita!), potrei dire di essere stato davvero ricco? In questo caso la colpa non risiede nella disponibilità, evidentemente. Nessuno mi ha impedito di venderle, quelle azioni. Eppure in pratica non sono mai stato ricco, e oggi lo sono meno che mai.

Ne concludo che il presunto criterio oggettivo (quante "cose", quanto denaro, quante azioni...) non funziona. Devo cercarne un altro che mi soddisfi. Qualcosa che sia non solo più realistico ma addirittura, se possibile, che renda misurabile il mio livello di ricchezza. Impresa possibile? Lo vedremo nel prossimo post!

domenica 3 gennaio 2010

Per un nuovo Downshifting

Il termine downshifting rappresenta, a mio modesto giudizio, un tipico esempio (non isolato, purtroppo) di etichetta fuorviante. Solitamente, infatti, si parla di downshifters riferendosi a persone che decidono di "scalare una marcia". Citando Wikipedia, si tratta di "una consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno dedicato alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggior tempo libero (famiglia, ozioso relax, hobbystica ecc.)".

Mi permetto di dissentire. Non perchè questa etichetta sia in sè falsa, ma perchè considero fuorviante il punto di vista che questa definizione sottintende e rappresenta. Mi spiego partendo proprio dal concetto di "scalare una marcia", già in sè una bella contraddizione. "Scalare una marcia", come di solito si fa quando si affronta un percorso più tortuoso e impegnativo, serve proprio a far salire ancor più di giri il motore, sollecitandolo a lavorare di più. Esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere, se le parole hanno un senso...

Le parole, come detto, sono importanti.
Ma il vero punto è un altro: siamo sicuri che una definizione così imprecisa e superficiale sia soddisfacente? Siamo veramente convinti che i "downshifters", o presunti tali, ci si riconoscano?
La mia impressione, brutalmente, è che l'errore fondamentale stia nel punto di vista che la definizione riflette, che NON E' quella del protagonista, di chi questa scelta decide di farla, quanto piuttosto la visione di un osservatore molto distratto che dall'esterno giudica un fenomeno che fondamentalmente non capisce.
Se invertiamo la prospettiva, chi decide di "cambiare vita" lo fa alla ricerca di un equilibrio nuovo e più vicino a ciò che ciascuno sente possa dare un senso alla sua esistenza. Una cosa ben diversa dal semplice lavorare meno, guadagnare meno, consumare meno ecc.. Il termine downshifting non è corretto, quindi, anzi è fuorviante. Penso sarebbe utiile eliminarlo, per il bene dell'umanità e degli aspiranti... già, come chiamarlo, mantenendo l'internazionalità della definizione? Rebalancing, happy balancing, new living? Varrebbe la pena di pensarci, chiunque avesse proposte può postarle qui!!!!

Non so infine quanti "downshifters", che d'ora in poi non chiamerò più così, abbiano fatto una scelta così coraggiosa e"consapevole" (unico termine che sento di poter salvare nella definizione di Wikipedia) pensando che fosse un "movimento verso il basso". Una diminuzione, ma rispetto a cosa? Stiamo forse parlando di "ricchezza"? Ricchezza... questa sì che è una parola che merita una definizione che non sia superficiale. Alla prossima!

Le parole sono importanti

Da qualche tempo, si fa un gran parlare di downsizing. Il termine viene usato, indifferentemente, per indicare una riduzione dell'organico di lavoro, la tendenza delle case automobilistiche a ridurre le motorizzazioni dei loro modelli ecc.

Parallelamente, anche in Italia (finalmente, ndr) si inizia a parlare in maniera più consapevole e strutturata di downshifting, ovvero di quel fenomeno che ogni anno porta centinaia di migliaia di persone a decidere consapevolmente di "lasciare il lavoro e cambiare vita", come scrive in copertina Simone Perotti nel suo saggio "Adesso Basta" (www.simoneperotti.com), sorprendente e meritato successo editoriale che ha portato alla ribalta il fenomeno anche nel nostro Paese.

Downsizing, downshifting... Non c'è dubbio che fenomeni così internazionalmente diffusi meritino un'etichetta universalmente riconoscibile, e che quindi il termine inglese sia il più appropriato e opportuno. Tuttavia, se vogliamo entrare nel merito, penso non sia possibile non soffermarsi sul significato più letterale di quelle parole e sull'influenza sulla nostra percezione dei fenomeni cui queste sono legate.

Prendendo proprio gli esempi citati, ci troviamo a mio modo di vedere di fronte a termini "tecnici" che comunicano in maniera infedele, con diverse sfumature, il concetto cui si riferiscono. Parlare di downsizing è, il più delle volte, un modo soft ma ipocrita per definire una banale riduzione di personale e di risorse in generale. L'intento strumentale, in questo caso, mi sembra prevalga in assoluto su qualsiasi altra considerazione.

Se invece parliamo di downsizing, in ambito automobilistico come nell'esempio o in settori industriali simili, ci riferiamo a oggettive riduzioni di dimensione che però, attraverso la tecnologia, non incidono tanto sulle prestazioni quanto ad esempio sulle emissioni inquinanti. In questo caso, l'effetto complessivo è certamente positivo, anzi ""più positivo" di quanto il termine down (sizing) lasci intendere.

E il downshifting? Qui il discorso si fa a mio parere molto più interessante e intrigante, tanto che penso meriti un post dedicato. Per stuzzicare le vostre riflessioni, suggerisco di partire anche in questo caso dalla traduzione letterale del termine down-shifting, cioè, semplificando, "spostamento verso il basso"...

Siamo sicuri che sia questo il termine corretto per rappresentare questo fenomeno? Io avrei qualche perplessità da esprimere, e soprattutto qualche proposta alternativa da fare...! ;-)