mercoledì 13 gennaio 2010

Ricchezza sovversiva

Considerata l'inadeguatezza, per quanto mi riguarda, del concetto "classico" di ricchezza, sento la necessità di una nuova definizione, di un metro di giudizio capace di misurare davvero la nostra ricchezza e quella degli altri.

Questa la mia definizione: "La ricchezza consiste nel tempo dedicato alle attività che ci appassionano e/o alle persone che apprezziamo e amiamo". 

L'unità di misura non è il tempo in sè, che non necessariamente ha valore, ma il modo in cui lo si impiega.
Semplice.

Un concetto universale e allo stesso tempo profondamente rispettoso dell'individualità personale.

Universale perchè valido per tutti, a qualsiasi cultura, società, tribù o credo religioso si appartenga.
Rispettoso delle propensioni individuali, perchè non pretende di imporre a nessuno le attività cui deve appassionarsi e/o le persone da apprezzare e a cui dedicarsi (che possiamo essere anche noi stessi, ndr...).
 
Un concetto "eversivo", ma non nell'accezione classica di questo termine.
 
Prima di tutto perchè non capovolge il senso comune in base a un antimaterialismo ideologico, astratto, religioso o consolatorio, del genere "gli ultimi saranno i primi". No, anzi: a ben guardare, proprio chi il denaro lo possiede avrebbe, sottolineo avrebbe, la possibilità di essere libero dalla necessità per dedicarsi a ciò che per lui ha veramente valore. Chi non lo fa, pur avendone la possibilità, è più colpevolmente povero.
 
Poi perchè, pur essendo agli antipodi rispetto all'etica calvinista e a un certo modo di esaltare il successo professionale in sè, non disprezza affatto il lavoro, nè lo considera una distrazione rispetto a cosiddetti "veri valori". Tutt'altro. La differenza è qualitativa. Il lavoro non è, di per se stesso, positivo o negativo. Può essere strumentale, in quanto come sopra consente di liberarsi, più a lungo possibile, dalla necessità per dedicarsi a c hi o a cosa si ama, e diventare davvero ricchi; oppure può corrispondere, in toto o in parte, alla vera ricchezza, poichè rappresenta ciò che veramente si desidera fare, essendo esso stesso un fine (un privilegio di pochi, bisogna ammetterlo...). Uno stimolo in più a dedicarsi al lavoro, o a quella parte del proprio lavoro, che più ci appassiona, non a quello che più ci viene pagato.
 
Nella vita quotidiana di ciascuno di noi, e nel corso di tutta la nostra vita, il "balance" della ricchezza personale, quella di cui parla la definizione, può essere molto variabile. E' una questione di possibilità, certo, ma anche di "investimenti". E come per gli investimenti, la diversificazione (degli interessi, di ciò che ci appassiona) può essere un'ottima strategia per garantirsi una ricchezza permanente e sicura. La società moderna, in questo senso, può offrirci molte opportunità.
 
Provare ogni tanto a osservare e misurare la ricchezza altrui e quella propria può essere considerato, in definitiva, un ottimo esercizio per capire tante cose e prendere piccole e grandi decisioni per la nostra vita.
 
Perchè i bilanci si fanno alla fine, ma gli investimenti vanno fatti tutti i giorni...

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